Il contesto
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La “Bimotore” nacque da un’idea di Enzo Ferrari, al tempo direttore del reparto corse Alfa Romeo, nel tentativo di contrastare la supremazia tecnica di Auto Union e Mercedes nelle competizioni di “Formula Grand Prix” che la coeva Alfa Romeo Monoposto 8C 35 non riusciva a contenere.
La soluzione – che si dimostrò scarsamente foriera di risultati – venne presa da Ferrari in seguito alle assillanti “esortazioni” del regime che male sopportava la supremazia tedesca nelle gare internazionali.
Il compito di progettare la nuova macchina fu affidato, nel gennaio 1935, al capo tecnico della scuderia Luigi Bazzi che dovette disegnarla e realizzarla in soli quattro mesi, allo scopo di poter partecipare al Gran Premio di Tripoli e all’AVUS di Berlino.
Storia
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Modificando un telaio della vecchia Alfa Romeo P3, vennero posizionati due motori a 8 cilindri da 2.905 cm³ ognuno, uno davanti ed uno dietro al pilota, accoppiati con un lungo albero, gestito da un unico cambio ed un’unica frizione. Il moto è trasmesso alle ruote posteriori, mediante coppie coniche, da due alberi laterali.
Un primo esemplare fu approntato per il collaudo, effettuato sul tratto autostradale Brescia-Bergamo il 10 aprile 1935 da Attilio Marinoni e Tazio Nuvolari che superò velocità di 280 km/h, dichiarando alla stampa d’essere fiducioso di poter raggiungere i 340 km/h con poche modifiche. Tuttavia, la difficoltà di trasmissione dell’elevata potenza erogata ed il precario equilibrio di ripartizione sulle ruote, furono immediatamente rilevati dal collaudatore e riferiti allo staff tecnico.
Non c’era il tempo necessario per trovare e sperimentare soluzioni radicali e così si procedette a dotare il secondo esemplare in costruzione con motori di cilindrata aumentata a 3.165 cm³, per una potenza complessiva di 540 CV, nel tentativo di ottenere maggiore elasticità di erogazione.
Il 12 maggio 1935 le due “Bimotore” vennero schierate al Gran Premio di Tripoli, sul circuito della Mellaha, affidate a Nuvolari e Luis Chiron che giunsero, rispettivamente, quarto e quinto, con distacchi rilevanti dalle Mercedes-Benz W25 di Caracciola e di Fagioli e dall’Auto Union Type B di Varzi. I principali problemi di guida consistevano nell’incertezza in uscita dalle curve a causa della difficoltà di dosare la potenza, una forte instabilità sui rettilinei che non consentiva di sfruttare pienamente l’esuberanza dei motori ed un mostruoso consumo di pneumatici. Durante la gara, Nuvolari fu costretto a sostituire gli pneumatici posteriori per 8 volte.

Dopo alcune modifiche per migliorare l’assetto, il 26 maggio 1935 le due vetture, con alla guida Nuvolari e Chiron, vennero schierate al “5º Internationales Avusrennen” di Berlino. Ma i problemi non erano risolti e, nonostante la lunghezza dei rettilinei dell’AVUS, fu la Mercedes W25B di Fagioli a tagliare per prima il traguardo, seguita dalla “Bimotore” di Chiron, con un distacco di un minuto primo e trentacinque secondi. Nuvolari dovette ritirarsi.
Fu proprio il pilota mantovano a chiudere ogni speranza di sviluppo, dicendo a Ferrari e Bazzi che la “Bimotore” non era vettura da poter competere in circuito e pretendendo di tornare alla vecchia ed obsoleta “P3”, in attesa di tempi (ed auto) migliori. Si dimostrò buon profeta, rendendosi protagonista della vittoria al “VIII Grosser Preis von Deutschland” del 28 luglio 1935, fra le più famose dell’automobilismo sportivo, battendo le più quotate vetture tedesche. Il progetto “Bimotore”, tuttavia, non poteva essere accantonato senza aver ottenuto qualche risultato di pregio e si decise di impiegare uno dei prototipi per attaccare i record di velocità sulle basi del chilometro e del miglio lanciati.
Sull’autostrada Firenze-Mare, il 15 giugno 1935, Nuvolari conquistò i record europei alle velocità di 321,428 km/h sul chilometro lanciato e di 323,125 km/h sul miglio lanciato, raggiungendo la punta massima di 364 km/h, nonostante durante le prove il pilota, il celebre Tazio Nuvolari avesse rischiato per due volte di schiantarsi per via del forte vento e dell’instabilità della vettura. Conseguito il consolatorio obiettivo, la “Bimotore” venne definitivamente accantonata, per dedicare ogni energia al progetto ed alla realizzazione della futura “Alfetta“.
